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Riportiamo questo vecchio articolo apparso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere della Sera.

Le mille doti della robinia.

Un albero «antipatico» che molti in Italia vorrebbero sradicare perché troppo esotico

I naturalisti e i botanici non amano la robinia, un albero che molti ancora chiamano «acacia». La considerano, giustamente, un alieno spinoso venuto dall’ America, invadente e infestante, difficile da estirpare, che usurpa spazio e contamina con i suoi polloni la nostra flora indigena. Ma, dato che ormai ha invaso i fondi valle e le pendici montane, e il suo impero si va estendendo, tanto vale trovarne i vantaggi. Innanzitutto è un bell’ albero che può raggiungere l’ altezza di 25 metri, quella di un palazzo di sette piani. Le sue radici sono efficaci per salvare il suolo dall’ erosione, oltre a fornire, essendo una leguminosa, una certa quantità d’ azoto al terreno. Le foglie si decompongono rapidamente trasformandosi in un buon fertilizzante. Ancora, la sua rapida crescita lo rende utile, da giovane, per la produzione di pali da vigna, puntelli da miniera, doghe per botti; mentre il legno degli esemplari adulti è bello, compatto, elastico, di lunga durata, ottimo per parquet, mobili di pregio, barche e così via. Come legno da ardere ha proprietà calorifiche inferiori solo a quercia e faggio. La corteccia è utilizzata per ricavare una fibra con la quale si possono ottenere corde, tessuti e una materia colorante gialla. Le foglie e le cortecce dei rami giovani costituiscono un ottimo mangime per bestiame e sono graditi da lepri e conigli selvatici. I suoi fiori, che in grappoli candidi e profumatissimi compaiono da maggio a luglio, sono cibo per molti uccelli, ma servono anche per ottime frittelle e bigné. Se n’ estraggono anche essenze per profumeria e uno sciroppo medicinale. Infine, il miele. Tra tutte le specie arboree presenti in Europa, la robinia è quella che consente una maggior produzione: circa 200 chili all’ ettaro. Ed è un miele stupendo, profumato, chiarissimo e che non cristallizza se non dopo anni di conservazione. Ditemi voi se questo «alieno» odiato da botanici e naturalisti non compensi il fatto di essere piuttosto invadente e di non rientrare nella nostra flora indigena! E trovate, tra i nostri decantatissimi frassini e querce, olmi e faggi, una specie che presenti una simile abbondanza di doti diverse, e poi date pur retta a coloro che vorrebbero estirparla perché esotica. AMBIENTE di FULCO PRATESI

Pratesi Fulco

Pagina 23
(20 giugno 2004) – Corriere della Sera

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